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La Brexit è realtà: possibile nuovi costi fiscali per le aziende!

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Dal 1 febbraio il Regno Unito non è più parte dell’Unione Europea. Data storica che di fatto ha sancito il divorzio politico, economico e legislativo tra le parti. La Brexit è dunque realtà, ma quali saranno le ricadute per le aziende ed imprese italiane ed europee inerenti tassazione e costi fiscali?

«Potrà esserci un accordo di libero scambio in stile canadese, o un’intesa commerciale ai minimi termini. O forse, ancora, si profilerà un cliff edge, nessuna intesa. Lo capiremo verso luglio. Nel frattempo, per il 2020 l’accordo di recesso che regola la relazione tra i due blocchi lascia lo status quo pressoché invariato. Ma da quando Johnson ha vinto le elezioni britanniche, a dicembre, le aziende hanno cominciato a pensare concretamente all’impatto su bilanci e affari, agli oneri e alle formalità che si profilano: è finita l’epoca del “wait and see”», commenta Flavio Mondello Malvestiti, che è responsabile del team di politiche fiscali ed economiche di Pwc Tls (per fatturato, il terzo studio italiano di consulenza legale e tributaria). Ed è stato senior economist e capo dell’unità di migration analysis al ministero del Tesoro inglese.

Il nodo doganale
L’Unione europea – come giustamente riporta IlSole24Ore – si dice pronta a una partnership con «zero tariffe, zero quote e zero dumping»: un punto di discussione centrale. Di sicuro, l’area doganale è quella che desta maggiore preoccupazione tra le imprese: almeno una su due dovrà sostenere costi aggiuntivi dovuti all’eventuale compliance (per formare il personale su tematiche di commercio estero, per reperire i dati necessari e gestirli nei sistemi informatici aziendali, eccetera). «L’aggravio sarà diretto, perché è molto probabile che l’accordo di scambio non prevedrà l’esenzione dai dazi per tutte le merci. Ma sarà anche indiretto – specifica Mondello – perché se l’azienda farà dogana, dovrà affrontare tutti gli investimenti legati ai transiti, tutte le implicazioni di natura logistica. Inoltre, a causa del nuovo assetto doganale e/o dell’alterazione della distribuzione della supply chain, circa il 40% delle imprese potrà essere costretto a modificare la propria organizzazione operativa».

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